Salone delle adunanze, o Sala Rossa

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Palazzo Tosio attuale sede storica dell'Ateneo


Da: G. Panazza, L’Ateneo di Brescia in Palazzo Tosio (1908-1994). Suppl. ai «Commentari dell’Ateneo di Brescia per l’anno 1993, pp. 11-22


Palazzo Tosio è l’attuale sede dell’Ateneo di Brescia, Accademia di scienze lettere ed arti, ma non è l’unica della sua bicentenaria storia e prima di illustrare il palazzo Tosio si danno alcune informazioni sulle precedenti ubicazioni dell’antica Accademia.

 

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Le prime sedi dell’Accademia

1. La sede iniziale dell’Accademia e Liceo del Dipartimento del Mella dal 1801 (e dell’Ateneo di Brescia dal 18 aprile 1811 in esecuzione del decreto napoleonico) fu comune con quella del “Ginnasio”, nell’ex-convento di San Domenico.

All’Accademia erano destinati l’antica sagrestia, locale di notevole ampiezza, il corridoio di ingresso dal lato sud e un locale accessorio dove erano anche le scale che portavano al piano superiore del convento.

La sagrestia aveva la volta decorata a chiaroscuro, con orna­menti di Carlo Molinari, a cui spettavano le decorazioni di altro ambiente vicino; ma tutto fu distrutto nel 1883 per far posto ai bagni pubblici.

2. L’Ateneo tuttavia alla fine del 1812 era già slato traslocato nei locali a pian terreno della parte monumentale settecentesca della Biblioteca Queriniana, in cambio della cessione a quest’ultima dei libri, dei giornali e del materiale proveniente dalle antiche Accademie bresciane.

Dall’ingresso comune con la Biblioteca si scendeva e a destra dello scaloncino, per vari gradini, si entrava nelle sale a pianterreno sottostanti ai ricchi ambienti settecenteschi oggi adibiti a sale di lettura; i locali erano costituiti da un vestibolo, dalla segreteria (dove in una nicchia venne collocato il busto di Paolo Tosio che la contessa Paolina non aveva voluto fosse messo nella galleria del suo palazzo) e dalla sala delle adunanze.

3. Nel  1888 si ebbe un secondo trasloco nel palazzo Martinengo da Barco, ceduto al Comune dal conte Leopardo, per farne una Pinacoteca.

All’Ateneo vennero destinate le sale al primo piano dell’ala occidentale poi dotata di nuova facciata su progetto di Antonio Tagliaferri con il sostanzioso contributo finanziario dell’Ateneo, in occasione dell’apertura della piazza poi arricchita del monumento al Moretto nel 1894. Invece a piano terreno, sempre in quest’ala e a sud dell’androne, furono collocate le Collezioni naturalistiche lasciate da Giuseppe Ragazzoni all’Ateneo e che costituiranno il primo nucleo dell’attuale civico Museo di scienze naturali: invece a nord dell’androne erano i locali destinati all’Archivio storico civico promosso dall’Ateneo, ma poi sostituito dal Museo del Risorgi­mento.

4. Con atto del 2 agosto 1908. dopo la fusione delle due pinacote­che Tosio e Martinengo nell’unico complesso denominato “Pinacoteca Tosio Martinengo” e collocato nel palazzo Martinengo da Barco, quello Tosio fu destinato a sede dell’Ateneo, previ lavori di riduzione da parte del Comune.

È questa la sede che l’Ateneo di Brescia occupa tutt’ora, in virtù di un’apposita convenzione. [leggi].

 

Il palazzo Tosio. Le precedenti costruzioni

Le recenti ricerche di Maurizio Mondini e di Carlo Zani hanno messo in chiaro la situazione precedente all’attuale edificio, nonché le diverse fasi costruttive del medesimo.

Sull’area oggi occupata dal palazzo, agli inizi del secolo XIX. insistevano edifici di proprietari diversi. Erano costruzoni modeste che si sviluppavano con le loro facciate sul lato sud della contrada della Passione (oggi via Tosio), partendo dall’angolo con la contrada Fontana Coperta (ora via Crispi), così chiamata da un manufatto ivi esistente. Prodedendo verso ovest vi era la casa di  Gian Battista Filippini, nel cui edificio a pianterreno, sull’angolo, si apriva un portichetto con due colonne sotto il quale era appunto la fontana pubblica; la famiglia dei conti Tosio, di orìgine asolana, aveva la casa seguente, di proporzioni piuttosto ridotte e che, a partire dalla seconda metà del secolo XVI, era stata dei Conti Maggi; infine la famiglia Colpani possedeva l’ultimo edificio con due colonne sul cortile delimitato da basse costruzioni a est e a sud. Seguiva poi il palazzo già Bonoris, successivamente sede di partiti politici.

Dei tre edifici pertinenti all’area dell’attuale palazzo Tosio, il più significativo era quello mediano, già dei Maggi, con il corpo di fabbrica più alto verso la strada e dotato di portico a tre arcate a pieno centro su colonne in botticino tuscaniche e con volte a crociera; dal portico si accedeva a varie sale in parte conservate nella successiva ristrutturazione, così come si è salvato il cantinato.

Sul lato est del cortile era un corpo di fabbrica piuttosto basso e altro modesto edificio adibito alle scuderie era nell’angolo sud-ovest.

Le prime opere di sistemazione del palazzo furono volute e iniziate dal conte Ottavio Tosio, anche se con i suggerimenti e con la concezione di carattere generale del figlio Paolo che, divenuto nel 1815 erede del cospicuo patrimonio, potè finalmente dare corpo al suo amore per le belle arti con la creazione di una collezione, aiutato dall’intelligente e fine gusto della moglie, la mantovana contessa Paolina Bergonzi.

La costruzione del palazzo avvenne per gradi e durò dal 1810 circa al 1846.

La scarsa documentazione rimastaci (lettere, necrologi, cronache contemporanee) ci mostra l’impegno con il quale il Tosio seguiva le varie fasi della costruzione, delle decorazioni, dell’ammobigliamento e degli acquisti per le proprie collezioni, tanto che questi elementi costituirono il principale scopo della sua vita, intesa a creare un ambiente di alto decoro e di grande raffinatezza, ricco di opere d’arte e di oggetti preziosi ove accogliere amici, personalità in transito nella città, favorire artisti, promuovere incontri fra uomini di alto ingegno, ma escludendo quasi del tutto gli spinosi problemi politici che per il Tosio erano superiori alle sue possibilità ed estranei ai suoi interessi culturali.

Intorno a lui tuttavia gravitava l’élite culturale bresciana forte­mente politicizzata: Luigi Basiletti e Rodolfo Vantini, i fratelli Ugoni, Luigi Lechi, Cesare Arici e Giuseppe Nicolini, Giovita Scalvini e il Fornasini, lo Scevola e Nicolo Bettoni erano di casa e alcuni di questi il Basiletti ha ritratto in quel nobile dipinto intitolato “Il cenacolo Tosio” (oggi di proprietà dell’Ateneo) sulla scia di un famoso dipinto di Giuseppe Bossi.

Il Tosio aveva idee molto precise e interessi bene evidenziati: voleva un edificio non troppo vasto, ma dove tutto fosse armonico e squisito; nel tempo stesso doveva essere adatto per abitazione, ma anche sede delle sue raccolte con ambienti di ricevimento e di rappresentanza, tali però da non assumere l’aspetto freddo e severo, a volte monotono, di un museo.

Per ottenere questo, indirizzava le sue preferenze, da un lato, verso il mondo classico e verso il Rinascimento – tipici  momenti per l’equilibrata armonia – e, dall’altro, verso la pittura e la scultura a lui contemporanee, nel momento del trapasso dal classicismo al romanticismo; infine, accanto all’interesse per le cosiddette arti maggiori, nutriva altrettanta passione per i prodotti delle arti applicate.

I primi documenti che parlano della sistemazione del palazzo risalgono agli anni 1810-14, quando il Tosio affidò a Luigi Basiletti e al fratello Antonio l’incarico della sistemazione di alcuni ambienti al piano nobile nell’ala nord e in quella orientale del palazzo, come hanno bene chiarito il Mondini e lo Zani.

Le varianti apportate ai progetti, tuttavia, erano continue; i cambiamenti e le ulteriori trasformazioni procedevano di pari passo ai nuovi acquisti di opere d’arte da parte del Tosio, sempre con l’assistenza del Basiletti; ma nel 1824 si ha un mutamento di rotta con la sostituzione di quest’ultimo con Rodolfo Vantini.

Non sappiamo se il mutamento del direttore dei lavori sia stato causato dal gravoso incarico degli scavi archeologici assunti in quello stesso anno dal Basiletti oppure se i lavori richiesti dal Tosio divenivano di tale natura da richiedere l’ausilio di un architetto e non solo di un dilettante di architettura e pittore come Basiletti.

Nel novembre 1824 il Vantini trasmette alla Commissione munici­pale d’ornato il progetto per il rinnovamento della facciata della casa Colpani (acquistata dal Tosio nell’aprile di quell’anno) nonché dell’edificio di sua proprietà; sempre nel 1824 si inizia la costruzione dell’ “appartamento nuovo”, cioè dall’ala occidentale dell’attuale palazzo, sorta appunto sull’area di casa Colpani.

Seguì nel 1825 l’acquisto della casa Filippini, di modo che il Vantini potè procedere con ulteriori interventi durati vari anni, in quanto ancora nel 1840 stava curando l’arredo di sale del piano nobile, che assunse in quegli anni l’assetto definitivo con unità di concezione.

Risale al 1833 il progetto della nuova facciata, diverso da quello precedente non attuato; anche il cortile assunse forma definitiva, di modo che intorno al 1840 palazzo Tosio potè essere considerato l’esemplare più perfetto in Brescia di architettura, di decorazione scultoreo-pittorica e di arredamento unitario per la stretta fusione di tutte le componenti tecniche, per l’unità stilistica, tanto che quasi insensibile risulta il passaggio dal neoclassicismo al romanticismo che in quegli anni stava attuandosi.

Con la morte di Paolo Tosio, l’11 gennaio 1842, le collezioni d’arte vennero donate al Comune per allestire una Civica Galleria; nel 1843 la Commissione comunale per la scelta degli oggetti d’arte e dei libri, formata da Luigi Basiletti, Antonio Pitozzi e Giuseppe Teosa, aveva compiuto il suo lavoro; ma nel 1846 la vedova Paolina Bergonzi Tosio lasciava altre opere e il palazzo al Comune perché le raccolte del marito rimanessero nella loro sede naturale. La Civica Galleria Tosio venne aperta nel 1851, rimanendovi fino al 1906, anche se già era stata ridotta di oggetti per l’apertura, prima, del Museo Cristiano (1882) e, poi, con il trasferimento della collezione delle stampe, in palazzo Martinengo (1892) e con l’apertura della nuova Pinacoteca Martinengo allorché si attuò il trasporto di dipinti soprattutto di arte antica.

L’opposizione contro il Comune a questi trasferimenti da parte degli eredi Zuccheri Tosio si concluse soltanto nel 1903, con una transazione e solo dopo di allora si potè procedere alla definitiva sistemazione della nuova Pinacoteca Tosio Martinengo nel palazzo Martinengo da Barco e ai lavori di sistemazione in palazzo Tosio per il trasferimento dell’Ateneo in tale sede, sanzionata dalla convenzione con il Comune del 1908.

Ulteriori lavori di restauro da parte del Comune si ebbero nel palazzo negli anni 1929-30, soprattutto per alcune sale del piano nobile e nel decennio 1930-40 le sale si presentavano in tutta la loro eleganza; negli ambienti a pian terreno fra il 1933 e il 1940 venne allestito da parte del Comune il Museo del Risorgimento.

Nel periodo della guerra e in quello immediatamente successivo, fra il 1940 e il 1948 circa, abbiamo un periodo di grande degrado: il palazzo, pur non avendo subito distruzioni dai bombardamenti, fu sconquassato dalle bombe e dagli spezzoni caduti tutt’attorno e altre rovine subì per l’occupazione delle sale dell’ala occidentale a sede di uffici comunali e poi dell’Archivio storico civico, che sarà alla fine traslocato in Queriniana.

Altri lavori di restauro ai pavimenti e alle decorazioni affrescate si ebbero ad opera di Mario Pescatori e di altri operatori nel 1958-59, ma ora le sale del piano nobile e il piano superiore attendono dalla Civica Amministrazione un’opera energica di restauro, già felicemente iniziata per alcuni settori.

Purtroppo la destinazione di quella parte del palazzo già occupata in precedenza dalla casa Filippini, come sede del giudice conciliatore, ha tolto una parte significativa, anche se di minore importanza, al complesso architettonico unitario.

Una volta accettata la non felice soluzione contraria alla volontà dei donatori e d’altra parte necessaria per dare corpo a una più organica Pinacoteca civica, è da riconoscere che la destinazione di palazzo Tosio a sede dell’Ateneo voluta dall’allora assessore alla Pubblica Istruzione e Presidente dell’Ateneo On. Ugo Da Como, fu la più consona ed è da auspicare che tale soluzione continui, pur rimanendo la possibilità di riaprire alcune delle sale del palazzo come casa-museo.

Il collegamento tra palazzo Tosio e Ateneo è stato bene colto in una felice pagina della sua relazione del 1930 dal segretario dell’Ateneo Vincenzo Lonati: “Nobile tempo (i primi decenni dell’Ottocento) che ha sua immagine fedele in questa sede veramente degna di un’Accade­mia alla quale è affidato il compito di trasmettere in perennità di vita le care animatrici memorie del passato. Questa nobiltà pura di linee, questa finitezza precisa di esecuzione ci parlano di un gusto delicato, di una seria cultura, di una specie di decoro intcriore che si riflette e si riposa nell’armonia di una dignitosa bellezza”.

 

La facciata del palazzo

Quanti oggi percorrono il tratto di via Tosio fra l’incrocio di via Gabriele Rosa e l’angolo della “fontana coperta” con via Crispi, trovano una strada ampia, incessantemente percorsa e parcheggiata da macchine e con il lato di settentrione trasformato per gli alti e anonimi condominii eretti dopo il 1945 a seguito dei gravi bombarda­menti che, con la distruzione di nobili edifici fra i quali la casa di Rodolfo Vantini, diede l’avvio all’esecuzione parziale del piano regolatore piacentiniano allora vigente.

È andato completamente perso il suggestivo aspetto che avevo tentato di rievocare in poche righe scritte nel 1940 e pubblicate diecianni dopo e che vorrei richiamare per un motivo che fra poco sarà evidente: “In una via di Brescia antica, tra l’armonioso accordo delle grigie muraglie di giardino e di vetuste case con il bianco botticino delle facciate e il verde cupo di alberi spiccanti sul terso azzurro del cielo, in una, dunque, di quelle tortuose, care viuzze che spesso si allargano improvvisamente in piccoli spiazzi dove il festoso gridio di fanciulli rompe il silenzio evocatore di tempi e di vicende lontane, sorge, accanto ad altre case signorili, un piccolo palazzo dalle linee semplici e nitide come il marmo usato per la sua costruzione”.

Cercavo con queste parole di esprimere l’atmosfera e il colore oggi del tutto scomparsi di via Tosio con il palazzo omonimo e con quella sua facciata nella quale sembra quasi che Rodolfo Vantini, progettandola, abbia voluto mantenere il ricordo della preesistenza dei tre edifici accostati. Si industriò tuttavia di conferire unità alla facciata con la rigorosa simmetria rispetto all’elemento centrale del portone e della sovrastante finestra con balcone, arricchita di semicolonne laterali e del timpano triangolare conclusivo. Le due ali estreme, a finto bugnato con le tre aperture su tre piani e col fregio decorativo del meandro divisorio, vogliono delimitare la parte mediana inferiormente costituita da lastre di botticino coscienziosa­mente disposte e nei piani superiori mossa e chiaroscurata per il gioco e la forma delle finestre con balaustre.

È stato recentemente scritto che la facciata è piuttosto slegata, ma ritengo che siano da tenere presenti due elementi importanti per intendere la soluzione vantiniana: 1. la preesistenza dei tre edifici e l’esigenza di conservare inalterati il portico e alcuni ambienti dell’antica casa Tosio; 2. il diverso effetto che ci offre oggi la facciata che possiamo cogliere in modo unitario standovi di fronte, ben diverso da quello che si coglieva quando la strada era stretta e ad andamento alquanto ricurvo, di modo che il palazzo si gustava gradatamente per chi prendeva l’ombrosa via illuminata però dal candore del botticino.

 

L’androne e portico

Semplice, dignitoso è l’androne con la volta a botte, con una porta architravata che si fronteggia a metà delle due pareti, incorni­ciata dal botticino.

Da notare il cancello in ferro con borchie e punte di lancia dorate che scorre su una guida nel pavimento così da farlo rientrare nell’andito antistante alla portineria: nell’Archivio di Stato (Archivio Comunale) si conserva il progetto originale del Vantini e a questo si riferisce il Tosio in una lettera rivolta alla moglie.

Il portico di tre campate con volte a crociera e arcate a pieno centro su due colonne in botticino dal capitello tuscanico, è di impianto cinquecentesco, ma ha assunto un aspetto neoclassico per la presenza delle porte architravate, delle finestre con infer­riate, delle lesene che scompartiscono le pareti, delle lunette con vetri o a finte vetrate, dello scaloncino che porta al piano superiore, nel lato di mattina. In alto, sulle pareti est ed ovest, sopra le archeggiature cieche, sono incastonati i medaglioni con busti in rilievo scolpiti in marmo di carrara raffiguranti Raffaello e Galileo, commissionati dal Tosio allo scultore bolognese Demo-crito Gandolfi nel 1832.

 

Il cortile

Non è vasto, ma assai armonico e gradevole, chiuso a settentrione dall’alto corpo di fabbrica di quattro piani, con i lati di levante e di ponente invece a due, tutti con prospetto semplice e simmetrico rispetto ad un asse centrale.

Mosso e pittoresco, invece, è il lato a mezzogiorno, costituito anche questo da due piani, ma l’inferiore è nobilitato dal paramento a conci di botticino, dall’alta nicchia centrale e dalle due porte laterali con le sovrapposte finestre bislunghe; inoltre, nella nicchia è una fontana con vasca in botticino dalle semplici forme, ma sormontata

dalla statua in marmo di carrara raffigurante una Naiade drappeggiata classicamente, eseguita dal ravennate Gaetano Monti e qui collocata nel 1817.

Il piano superiore di questo lato non soltanto è arricchito per la presenza di ampia terrazza che, con balaustra in botticino a giorno, conclude il piano sottostante, ma presenta la parete di fondo in botticino, con tre riquadrature lievemente incassate e sormontate da altra balaustra su cui si impostano due vasi con foglie d’agave in ferro battuto.

Detta parete, che fa da raccordo con due edicole adorne di profonda nicchia e cornicione sporgente (le quali non sono altro che il voltatesta dei piani superiori dei due lati di mattina e di sera del cortile), nasconde il retrostante corridoio illuminato da lucer-nari e che serve di raccordo, a sera, fra i due lati anzidetti del palazzo.

Con tale soluzione lievemente scenografica e ancora memore di esempi settecenteschi (così come nella facciata verso via Tosio sono di tradizione settecentesca le balaustre alle finestre del piano nobile) il progettista ha saputo movimentare il cortile suggerendo pure una maggiore profondità.

Dopo le ricerche di Mondini e di Zani, sappiamo che già nel 1816 il Basiletti si occupava della terrazza, del 1817 è la statua della fontana; ma nel suo complesso il cortile è da ritenere opera del Vantini, che vi lavorava nel 1832.

Particolari cure dedicò il Tosio a questa parte dell’edificio, cosicché per la lieve concavità della pavimentazione in lastre di sarnico e a causa di speciale congegno idraulico, il cortile può essere trasformato in un laghetto come ancora oggi documentato dal piccolo dipinto ad olio di Giuseppe Renica (proprietà dell’Ateneo) eseguito alla metà del secolo scorso e da una foto Allegri della fine dell’Ottocento: sappiamo infatti dalla cronaca di Pietro Zani che il Tosio aveva promesso alla moglie “un orto pensile” e “un laghetto per farvi nuotare le anatre bianche a voi si care”.

 

Da:  G. Panazza, L’Ateneo di Brescia in Palazzo Tosio (1908-1994). Suppl. ai «Commentari dell’Ateneo di Brescia per l’anno 1993, pp. 11-22